-Il 13? Che gioco ignorante!
-Lo conosci?
-In realtà no!
Inizia più o meno sempre così una discussione riguardante il Rugby League in Italia. Nell’immaginario collettivo del Belpaese, é quel rugby che si gioca in 13, diffusosi in Australia, lo giocano\giocavano Sonny Bill Williams e Benji Marshall, dove si placa alti e di spalla. (il “Shoulder Charge” è stato abolito nel 2013, ora come in tutti gli altri codici, viene punito con il cartellino rosso, ndr). Sono queste le testimonianze in cui ci si riscontra curiosando sull’argomento in Italia, allora perché i Club e le nazionali più blasonate del panorama, assoldano allenatori del mondo League, per goderne delle influenze e contaminazioni? Perché, piaccia o no l’idea, questo è il rugby del futuro; facciamo un piccolo riepilogo.
Ok si gioca in 13 e finora ci siamo, pensiamo al numero 666, facile da ricordare perché malvagio, la squadra in possesso di palla ha sei tentativi per segnare, gli avversari dovranno dunque effettuare 6 placcaggi, chi segna una meta fa 4 punti, la trasformazione vale 2 = 6; il “drop kick” vale 1, calci di punizione 2. La grande differenza sta nel cosa succede dopo il placcaggio, nel rugby Union la palla può essere sempre contesa, nel rugby League no, la si rimette in gioco rialzandosi ed effettuando un “play the ball”, più é rapido meglio è per l’attacco, perché la linea difensiva ad ogni placcaggio dovrà retrocedere di 10 metri, tranne 2 giocatori, che possono rimanere vicino al placcato, nominati “markers”. Quali sono le difficoltà principali rispetto al “15”?
La cosa più difficile è difendere, la seconda attaccare. Difendere perché il campo ha le stesse misure, ovviamente con 2 uomini meno, i 10 metri di distanza, a cui deve correre la difesa dopo ogni placcaggio, concedono più respiro all’organizzazione dell’attacco, che subendo una pressione ritardata, grazie anche alle organizzate strutture di gioco, su cui si basa l’80 della strategia offensiva, riesce ad esprimersi meglio, in maniera più ariosa ed efficace.
Nel Rugby Union, su 80 minuti, placare energumeni potenti, alla ricerca di uno scontro frontale, schierati in una “mini unit” a 3 metri di distanza, risulterà valoroso, ma di certo, di facile lettura per la difesa. Nel rugby League, la situazione è simile, ma anziché 3 metri sono 10, anziché atleti da 120 kg, i piloni sono giocatori forniti di step e 7 metri di passaggio, che se concedono l’onore di “entrare”, bisognerà comunque rincorrerli, perché cercheranno lo spazio, non il frontale, (nella formazione didattica di base inglese, compare da subito la regola, chiamata appunto, “Space, no face”); se però verrà notato che i primi uomini della linea difensiva, sono troppo compressi e vicini al “ruck”, ecco che il portatore di palla, a 1 metro dal contatto, con un amico al suo esterno “piatto e veloce”, fisserà la difesa e con una torsione sul bacino effettuerà uno “swing pass”, non importa il ruolo che copre, andando a giocare sul proprio “halves”, sempre vigile nella profondità della seconda linea d’attacco, che ricevendo palla, normalmente va a testare la difesa nelle zone più esterne del terreno di gioco.
Per Halves sopratutto nel gergo dell’emisfero Australe, si intendono i due mediani di apertura, ovvero “l’Half back” e il “Five-Eight”, che giocano sui due corridoi laterali (edge) uno a destra e uno a sinistra. È stato simpatico, durante il mondiale Giapponese, vedere la seconda linea gallese che effettua uno swing pass a 3 metri dalla linea difensiva, fermando praticamente la sua corsa, con gli avversari che in una pigra scalata difensiva, controllano e remano al largo, con tutta la tranquillità del mondo; mi è sembrata una di quelle situazioni in cui si fa qualcosa senza averne capito il senso, solo perchè ti dicono di farlo, che nel nostro medio rugby credo sia un problema abbastanza diffuso.
Penso possa essere vantaggioso per tutti aprire la mente a più strade, a più sport, a più persone. Del Rugby League non mi piace l’ossessione della maggior parte dei giocatori di andare il Venerdì dal barbiere, diversamente verrai guardato male, penso ci sia un inconsapevole meccanismo bio meccanico dietro quest’usanza, piacersi aumenta la confidenza in se stessi e il livello di testosterone. È così che durante le partite, vengono bene le foto e gli swing pass.
Gioele Celerino
