Parlare con Conor O’Shea è sempre una bellissima esperienza: Conor è una di quelle persone ragionevoli, simpatiche, scherzose e profonde. Una profondità che ricorda bene chi ha avuto modo di lavorarci, chi lo ha intervistato in passato e chi, oggi, torna a chiedergli della sua vittoria forse più emblematica tra quelle ottenute alla guida della Nazionale Maschile dell’Italia, quella del 19 novembre 2016 allo Stadio Artemio Franchi di Firenze con il Sudafrica. Una storica prima volta per gli Azzurri, che O’Shea non dimenticherà mai: “La ricordo incredibilmente bene”, racconta l’ex CT dell’Italia, in carica dal 2016 al 2019, che prosegue: “Arrivavamo da un periodo difficile, la settimana prima avevamo perso con la Nuova Zelanda con un passivo importante, ma avevamo avuto la sensazione di poter fare molto meglio con gli Springboks. Una delle cose che cercai di trasmettere ai giocatori era che, nel rugby internazionale, il risultato non sempre racconta fedelmente la prestazione. Bisogna analizzare quello che si è fatto, concentrandosi soprattutto sugli aspetti che si possono controllare. Proprio per questo mostrammo ai ragazzi i punti che avevamo praticamente regalato agli avversari. Spiegammo loro che, eliminando quegli errori e sfruttando meglio alcune occasioni, il punteggio sarebbe stato completamente diverso. Cercammo di costruire un’immagine della partita che avremmo potuto giocare la settimana successiva. Sui media si parlava molto del fatto che il Sudafrica avrebbe schierato una seconda squadra, ma bastava guardare la qualità dei suoi giocatori per capire che non era affatto così. Tanti di loro sarebbero stati titolari nei due mondiali che avrebbero vinto nel 2019 e 2023, quindi il valore dei loro 23 era assoluto. La verità, per come avevamo letto la partita, era semplice: se entrambe le squadre avessero giocato al massimo delle proprie possibilità, il Sudafrica sarebbe stato favorito. Ma il nostro compito era giocare al meglio e controllare tutto ciò che dipendeva da noi”.
Come costruire però la narrazione di una partita che, di giorno in giorno, assumeva sempre più importanza? “Cercammo anche di trasferire la pressione sugli avversari – spiega O’Shea -. Se fossimo riusciti a restare in partita negli ultimi dieci minuti, la pressione sarebbe stata tutta dalla loro parte. E così è stato. Ricordo che, a un certo punto, i nostri giocatori iniziarono persino a percepire la tensione degli avversari, che cominciavano a innervosirsi e a commettere errori che normalmente non avrebbero compiuto. Questo ci diede ulteriore fiducia. Anche i giocatori che avevano contribuito a costruire il percorso dell’Italia, come Sergio Parisse, Martin Castrogiovanni, Giamba Venditti e tanti altri, avevano un ruolo importante. Avevamo esperienza, qualità e la possibilità di giocare una partita diversa, anche attraverso il gioco al piede di Tommaso Allan e dei giocatori che entrarono dalla panchina.
Conor riflette, a dieci anni di distanza, sull’importanza di una partita che ha rappresentato uno snodo cruciale anche nel posizionamento del movimento italiano a livello globale. Prima però, nel sistema di valori di un allenatore, viene il lavoro a servizio della squadra e degli atleti: “È un ricordo che mi accompagnerà per tutta la vita. Credo che il nostro lavoro sia stato soprattutto quello di aiutare i ragazzi a credere in ciò che poteva accadere, concentrandosi su quello che potevano controllare. Alla fine, tutto ciò che puoi chiedere a un giocatore è di dare il meglio. Il risultato non è sempre nelle tue mani. Di quella giornata ricordo soprattutto la gioia delle persone e dei giocatori. Credo che quella partita abbia restituito a tutto il movimento la convinzione che l’Italia potesse tornare a essere protagonista ai massimi livelli. È stato un momento di svolta, un segnale di quello che il rugby italiano poteva diventare grazie alle persone che ne facevano parte. Ricordo anche la serata post partita, trascorsa con lo staff davanti a una fiorentina e con un buon bicchiere di vino rosso. Quelli in Italia sono stati anni nei quali ho conosciuto persone straordinarie e costruito ricordi che porto ancora con me”
Nel corso dell’intervista, O’Shea parla tanto di fiducia e di consapevolezza: consapevolezza dell’importanza di quell’Italia v Sudafrica; fiducia nella possibilità di scrivere una pagina di storia del movimento: “Insieme a chi si occupava della comunicazione, scegliemmo di far seguire la settimana di preparazione da una troupe televisiva. La loro presenza avrebbe potuto trasformarsi in un problema: in caso di pesante sconfitta, ci sarebbe stata una grande esposizione mediatica. Ma, in qualche modo, si rivelò la decisione migliore, perché ora abbiamo a disposizione un ricordo puntuale di quei giorni. Il lavoro a favor di telecamera ci permise di concentrarci completamente sulla partita e, allo stesso tempo, di percepire che stava succedendo qualcosa di speciale anche al di fuori dal raduno. C’era attenzione intorno a noi, c’era interesse per quello che stavamo facendo. Da allenatore ti chiedi sempre se una scelta del genere sia davvero necessaria, ma col senno di poi credo sia stata un’esperienza straordinaria.
