Eccomi nuovamente seduto davanti al computer, nel tentativo di dare voce a questo piccolo spazio “editoriale”. Con questo “diario”, fino ad ora, mi sono spinto ad affrontare molteplici generi di situazioni, tuttavia, non mi sono, volutamente, azzardato a parlare del ruolo ovale, forse (senza ombra di dubbio), più difficile del rugby: l’allenatore. Tra le tante esperienze ovali che ho avuto il piacere di provare, c’è stata anche quella alla guida di una piccola squadra, di una cittadina che non sapeva nemmeno cosa fosse il rugby. Era il periodo “ora penso un po’ alla famiglia e meno al rugby”, in ogni caso, tanto io quanto mia moglie, eravamo consapevoli che nel mondo della palla ovale, ci sarei ricascato prima di subito. E così, infatti, proprio grazie alla mia dolce metà, avvenne il tanto agognato riavvicinamento. Ci eravamo appena trasferiti ed era settembre, me lo ricordo bene, perché il clima era mite, la giusta via di mezzo tra il caldo estivo e la frescura autunnale. Stavamo passeggiando, in una pausa dal lavoro, tra le viuzze della nuova città, nel tentativo di conoscerla e trovare qualche bel posto, dove ritirarci a leggere, magari con un po’ di verde per far sfogare il cane, fidato compagno di mille camminate. Tra una chiacchiera e l’altra ci imbattemmo in un gruppo di ragazzi, ben cinque, che improvvisavano un “toccato” (disciplina rugbistica, che sostituisce il placcaggio, con un tocco, per l’appunto), io mi fermai ad osservare e, nel momento di un 2vs1 (due contro uno, struttura base del rugby) fatto male, feci per intervenire, ma Alessandra mi bloccò; “Su, su, non sono affari tuoi”, ma erano affari miei eccome. Tornai in quel piccolo parco, giorno dopo giorno, fino al momento in cui mi carambolo la palla addosso…la presi in mano, mi diressi verso i ragazzi e, senza porre tempo in mezzo, dissi “allora, la mettiamo su una squadra?”. Tra lo stupore per la richiesta inaspettata e l’entusiasmo generale, decidemmo di ritrovarci in quel parco ogni venerdì alle 19.00. Puntuali e seri, ci allenammo per settimane. Esercizi, manualità, regolamento. Arrivò il Natale e il primo allenamento sotto la neve. Stavamo vivendo un’avventura fantastica, nessuno aveva mai pensato di giocare una partita vera, ma da quei cinque iniziali eravamo diventati, con l’andare del tempo, una buona trentina di appassionati. Così, un venerdì sera, arrivammo al parco e trovammo il prete della chiesa, dietro la quale ci allenavamo (senza nemmeno saperlo), con in mano una palla da rugby. Esordì lapidario: “io metto il campo e pago l’iscrizione al prossimo campionato, non vi chiedo di venire in chiesa, perché vi conosco tutti da bambini. Tuttavia, non voglio sentire bestemmie e mi piacerebbe fare un orto per la parrocchia…ci state?”. Immaginate la gioia generale. Non vi dico la serata, indimenticabile. Il buon vecchio don Ernesto, tuttavia, era un uomo tutto d’un pezzo e, nel tentativo di convogliare più gente possibile al campo, organizzò anche delle partite amichevoli pre campionato. Nella piccola cittadina non c’era altra società sportiva, solo noi. Così l’interesse nei nostri confronti divenne, giorno, dopo giorno, sempre più grande. Io continuavo ad allenarli con serietà e costanza, e loro rispondevano alla grande. Una serata Don Ernesto arrivò in campo e di riflesso Mariolino, il pilone, corse (cosa che non faceva mai) verso l’orto che si era dimenticato di bagnare. Dopo averlo aspettato, averlo visto prendersi una sonora sberla sul capo, Ernesto ci disse: “Ragazzi, ho pensato, per darvi una mano, di organizzare una partita contro la prima squadra del Rugby Bovec, è una squadra iugoslava, che allena un mio carissimo amico, gioca in serie A, ok, ma per voi può essere una bella esperienza”, chiudendo così si girò e andò nell’orto. Poi lentamente tornò da noi e sottolineò: “ah, dimenticavo, hanno un neozelandese in squadra e assieme a loro verrà una troupe televisiva, roba piccola, ma vorrebbero dare in diretta la partita”. Incredulità generale. Avevamo due settimane per prepararci al meglio, contro la nostra prima partita vera. I ragazzi reagirono bene e decidemmo per una riunione il sabato, per definire il calendario degli allenamenti e in che modo strutturarli (eravamo una squadra democratica). Finito l’allenamento, capii, che la squadra intrapresa era quella giusta e io ero teso, per questo incontro, forse più che prima della mia prima da giocatore. Rimasi a guardare il piccolo campo ad gioco, i pali erano sottili, le aree di meta troppo piccole, le panchine sgangherate e, ciò nonostante, sarebbe stato il teatro della prima grande sfida della “mia” piccola squadra e l’inizio dell’ esperienza da allenatore. Continua…
La seconda parte già c’è, ma è meglio centellinare questi interventi (ndr)
La foto è stata presa da www.rugby.it (ndr)
