Diario di un anonimo rugbista: l’outing e il ricordo di un caro amico

Questo articolo è un oggettivo resoconto dell’outing che fece un mio “compagno di squadra”, tanti anni addietro. Il virgolettato è messo a ragion veduta, perché lui poco centrava…

Diario di un anonimo rugbista: l’outing e il ricordo di un caro amico

Questo articolo è un oggettivo resoconto dell’outing che fece un mio “compagno di squadra”, tanti anni addietro. Il virgolettato è messo a ragion veduta, perché lui poco centrava con il rugby, lo definisco così, perché in una società, al tempo molto più rigorosa e schierata in merito, trovò degli amici tra di noi, un gruppo che fu in grado di dimostrare i veri valori che lo sport, qualsiasi sport, è in grado di trasmettere. Era decisamente un altro periodo storico, un momento in cui chi era omosessuale, era costretto a stare in silenzio, senza poter esternare il proprio io e, chi era così coraggioso da farlo, veniva additato e guardato come “un malato”, dai più (anche se spesso e volentieri questa cosa – allucinante – si ripete, ancora oggi). In questo contesto, tanto “incasinato”, quanto “voglioso di cambiamento”, iniziò a frequentare lo stadio, un ragazzo schivo e minuto, ma che, con una matita in mano e una macchina fotografica in spalla, era in grado di ritrarre la realtà in maniera tremendamente veritiera. Oltre al talento d’artista, era anche un gran conoscitore di rugby, perché suo padre, da buon inglese, aveva giocato a rugby per tutta una vita, mentre lui imparava, da “dietro le quinte”, tutti i segreti di questo sport. Così la club house si arricchì di una nuova figura: l’“immortalatore della realtà ovale”. Numerose furono le sue caricature di noi giocatori, molti gli scatti d’autore, che ci vedevano come inconsapevoli protagonisti, tutte cose che lo fecero diventare parte integrante della nostra squadra. Non c’era partita che lui non seguiva e una birra assieme al terzo tempo, parlando di rugby, era diventata una consuetudine, un rito. Che avesse qualcosa di “diverso” l’avevamo capito tutti, ma chi in una squadra di rugby non si sente diverso: ci sono i piloni, spesso e volentieri grandi grossi e paciocconi, che per trovare una camicia sono costretti ad affittare un bancale di stoffa, ad esempio, poi le seconde linee dei “pandoloni” alti e allampanati, le terze linee grosse e piene di cicatrici, i mediani di mischia che, normalmente, non smettono di parlare nemmeno quando dormono e le aperture che pensano a uno schema, quello migliore, anche quando devono entrare in un supermercato o superare indenni la visita dei parenti, insomma ce n’è proprio di ogni…così questo nuovo compagno, fu, fin da subito, accolto a braccia aperte. Col tempo, però, la sua iniziale allegria e il suo spirito d’iniziativa iniziarono ad affievolirsi, fino a scomparire quasi del tutto. Sempre più rari i suoi sorrisi e le sue battute, mentre le sue foto rispecchiavano sempre di più il suo stato d’animo ed erano più cupe e distaccate. Così, come avremmo fatto per ognuno dei nostri compagni di squadra e visto che lui era considerato, da tutti, uno del gruppo, decidemmo di intervenire. Ricordo che il capitano decise di usare come pretesto la solita grigliata di squadra, poi a cena in corso, prese la parola, si rivolse verso il nostro amico e, pacatamente, gli chiese cosa c’era che non andava, cosa c’era che gli toglieva il sorriso e che, poiché eravamo una squadra, poteva tranquillamente contare su ognuno di noi. Poi si sedette e riprese a mangiare. Andrea, così si chiamava l’“immortalatore”, rimase per qualche minuto in silenzio, con gli occhi visibilmente pieni di lacrime, poi si alzò e, come un fiume in piena, ci raccontò tutto.

«Siccome vi considero degli amici e sono consapevole che siete tutte delle persone intelligenti (sorrise, guardando i piloni), mi sento di dirvi cosa mi succede. Tutto è iniziato quando ho deciso di dire alla mia famiglia di essere omosessuale, è stata molto dura per me: prima vivere nel silenzio e ora vivere in solitudine. Eh si, non l’hanno assolutamente presa bene, tanto loro, quanto gli amici che prima pensavo di avere, sono spariti…tutti. Per questo sono così cupo e triste».

Tornò silenzioso e si sedette, aspettando le reazioni. Allora, per prima cosa, il capitano dovette spiegare a Marchino, il tallonatore, cosa significava omosessuale e fu davvero dura, sono convinto che tutt’ora, a distanza di decenni, non l’abbia capito completamente. Poi, i più si dimostrarono assolutamente aperti di mentalità, cosa che al tempo non era davvero “da poco”. Paolo, l’estremo, sostenne che “Pur Totò (il pilone) era un ciccione e a ogni grigliata mangiava tutto quanto, ciò nonostante ce lo portavamo sempre dietro” (intendeva dire che per lui l’omosessualità, non era un problema, anzi, avrebbe preferito una dieta per il pilone, piuttosto, perché quella sì, era una piaga sociale), per quest’ affermazione venne duramente picchiato, dal diretto interessato. Tutti la presero come una notizia “normale”, del resto ognuno nella vita, come nel campo da gioco, è libero di essere e fare quello che vuole, certo alcune scelte, possono avere delle conseguenze, ma alla lunga le cose si mettono sempre a posto.

La cena riprese, come se niente fosse e i mesi successivi furono vissuti in maniera tranquilla, come avevamo sempre fatto, tra una risata, uno scherzo e un Terzo Tempo. Tutti, però, percepivamo il malessere e la tristezza che pervadeva, ogni giorno di più, il nostro amico. Il suo privato era pieno di solitudine e odio, gli unici momenti felici, a detta sua, erano solo i momenti che passava con la Squadra. Tutti tentavamo di coinvolgerlo e stargli vicino, a modo nostro. Arrivò un giorno, però, in cui una partita non venne immortalata e tutti giocammo con la consapevolezza che qualcosa era successo. Il buon Andrea, non aveva retto, aveva deciso di passare la palla (troppo) prima del tempo. Troppi sguardi, troppe male parole, troppa solitudine, nemmeno la sua matita e la sua macchina fotografica riuscivano più ad aiutarlo. Il funerale non avvenne, ma una festa gliela dovevamo e così facemmo. Andrea, però, ci lasciò una volta in più senza parole, nel momento in cui arrivò il postino con un pacco, poco prima di un allenamento. Dentro c’era un album con gli scatti e le caricature della stagione, una cosa semplice, come era sempre stato lui. La prima pagina riportava la seguente dedica:

«Siete stati gli unici a sostenermi nel momento più buio e difficile della mia vita, grazie. Con amicizia e affetto, Andrea».

Un modo come un altro per zittire e lasciare senza parole un’intera squadra di…amici.

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