Il mio rugby, così amo definirlo, l’ho vissuto in anni in cui il professionismo era, davvero, lontanissimo. Però, per un momento, c’è stata una stagione in cui il fantomatico Presidente (quello, per intenderci, che in ufficio possiede una serra di piante di ficus, scrivania in mogano con piano di cristallo, tre telefoni, dittafono, quadro ecclesiastico, tappeto e moquette per terra, poltrone in pelle umana, acquario dove nuotano come pesci gli impiegati più meritevoli CIT) decise di investire e, per avere un ritorno d’immagine, si mise a cercare uno straniero. Non un giocatore proveniente da un’altra regione, proprio da un altro continente (almeno dal punto di vista anagrafico). Così, di punto in bianco, tantissimi fantomatici contatti internazionali, amici e dipendenti del nostro Pres. iniziarono a mandarci mille e più segnalazioni. A quel punto mi venne “ordinato”, sotto la supervisione del Capitano, di creare la lista, dalla quale, poi, i sommi capi avrebbero deciso chi ingaggiare. I giocatori erano in totale 23, 14 dei quali sembravano essere de buoni giocatori, 6 (secondo me) erano alla prima esperienza ovale e gli ultimi 3, manco sapevano cosa fosse il rugby. Dopo innumerevoli riunioni, svariati meeting telefonici (con chili di monetine, alla cabina) e altrettanti, piacevoli, pranzi con la dirigenza, riuscimmo a restringere la cerchia dei nomi a soli tre giocatori. Il primo era un postino scozzese (sul serio), amico della nipote di uno dei soci della ditta del Presidente, che militava in una squadra amatoriale, di una lega sconosciuta del nord della Scozia. Il secondo un Numero 8 russo, che militava nell’allora “famosissimo” campionato tettonico e giocava in una squadra dei sobborghi di Duisburg, eletto miglior giocatore del torneo per due stagioni di fila. L’ultimo, invece, era un samoano: ebbene si, un isolano, trasferitosi in Croazia per motivi di lavoro, poi diventato pescatore e giocatore della squadra di rugby dello Spalato. Una volta arrivati a questi tre nominativi, li sottoponemmo al Presidente che, da buon imprenditore, decise di ritirarsi per pensare. Io, il Capitano e le altre personalità vicine alla società (il vice, l’allenatore e il custode del campo), aspettammo per un paio d’ore fuori dallo studio, poi non ricevendo risposta, decidemmo di andare a cena nel ristorante “ritrovo” della squadra. Tra una chiacchiera e l’altra, arrivò la mezzanotte ed essendo agosto inoltrato, tutti rientrammo nell’ufficio del Pres. e ci sistemammo in terrazza, finalmente al fresco, aspettando il verdetto. Il fresco notturno passò e, alle prime luci dell’alba, un incredulo Presidente ci svegliò (eravamo sistemati su alcune vecchie sdraio) dandoci cinque mila lire, per andare a prendere i caffè, le brioches, i giornali, sottolineando che quello che avanzava potevamo tenercelo. Ultimate le commissioni, rientrammo nell’ufficio e aspettammo: per prima cosa il caffè, poi il cornetto, in seguito la lettura del giornale. Concluse queste operazioni il Pres. si alzo da dietro la scrivania, ci guardò e disse: «Bene, dopo una nottata di pensieri ho deciso…contattate il russo e il samoano. Li prendiamo entrambi». Il viaggio in Croazia (in parte spesato) toccò chiaramente al Capitano, che stava per sposarsi con Caterina (per saperne di più sulla rugbista Caterina, potete andare al vecchio articolo sull’argomento), mentre io fui spedito a Duisburg (che al tempo non sapevo nemmeno dove fosse) a cercare di rintracciare “il Russo”. Tra le mille prese in giro dei compagni di squadra, partii l’8 agosto, ancora lo ricordo, con il treno. Il viaggio divenne un’odissea, perché tra coincidenze perse, treni mancanti e ritardi personali, arrivai in Germania dopo quasi 12 ore, stremato e assolutamente consapevole, di dover iniziare una ricerca assolutamente da zero. In una città di Duisburg, estremamente fredda, per prima cosi decisi che era meglio cercare un posto dove soggiornare, visto che avevo a disposizione solo 5 giorni per trovare “il Russo” (questo era diventato, per tutti noi, il suo nome) e convincerlo a venire a giocare in Italia. Così, una volta capito di essermi perso, entrai nel primo hotel e presi una stanza. Avete presente una bettola, ecco, quel luogo era ben peggio, ma almeno era caldo e, almeno per me, tranquillo, un iniziale punto di riferimento. Dopo una breve chiacchierata con l’usciere che, fortunatamente, parlava un fluente italiano, decisi di andare a cena. Segui le indicazioni carpite in hotel e mi ritrovai in una sorta di pub irlandese, gestito con mentalità tedesca, che offriva cucina “europea”, un mix di tradizioni, stili e culture. Tracannata una birra scura, affrontai il classico Wurstel con Crauti, bagnato con senape e kren, mentre altre birrette arrivavano senza sosta…ultimata la cena, capii il perché l’usciere mi aveva spedito il quel luogo, era il ritrovo della squadra di club del quartiere. Nell’oscurità della sala, infatti, c’era un muro del pub ricoperto di magliette e fotografie di partite e squadre che erano passate per Duisburg. Capito l’interesse che avevo per il rugby mi avvicinò un vecchio signore, magro e baffuto, che parlava un inglese stentato, ma si faceva capire….
Fine prima parte.
