Diario di un anonimo rugbista: mio nonno, il 25 aprile e il rugby

Premetto subito una cosa: questo articolo non vuole essere di parte, ma vuole solo raccontare come mio nonno ha vissuto la liberazione d’Italia e ha conosciuto il rugby.…

Diario di un anonimo rugbista: mio nonno, il 25 aprile e il rugby

Premetto subito una cosa: questo articolo non vuole essere di parte, ma vuole solo raccontare come mio nonno ha vissuto la liberazione d’Italia e ha conosciuto il rugby.

Poche sono state le persone che ho veramente stimato, nel corso della mia vita e posso ben dire che una di quelle è stata mio nonno. Lui era il classico friulano, ex ferroviere, tuttofare, sostanzialmente un uomo silenzioso, un gran osservatore. Parlava davvero poco, ma quando lo faceva si intuiva che aveva un vissuto degno di nota: io sono sempre stato il suo nipote preferito, diciamo che con me si lasciava andare e addirittura chiacchierava. Quando a cinque anni mi hanno messo su un campo da rugby, tutti i parenti e gli amici di famiglia, erano piuttosto contrariati: i commenti erano quelli che si sentono anche adesso “si farà male”, “è uno sport violento” e via dicendo. Tutti, tranne mio nonno, lui era entusiasta della scelta fatta, perché lui, il rugby, lo conosceva e l’aveva giocato, poco, ma l’aveva praticato. «Avete fatto bene» disse al tempo il nonno, a mio padre «è uno sport sano, gli darà tanto. Vedrai, vedrete». Queste poche parole, convinsero sempre di più i miei genitori, della scelta fatta. Perché lui parlava poco, ma quando parlava, lo faceva sempre con cognizione di causa. Così iniziò la mia avventura ovale. Un po’ di anni dopo, quasi maggiorenne, passai a casa dei nonni, per prendere la griglia in un afoso 24 aprile, per andare a festeggiare con gli amici. Come al solito trovai il nonno in officina, non sapevo cosa faceva, ma tutte le volte lui era li a trafficare con qualsiasi cosa: passava il tempo lavorando (uomo d’altri tempi). “Cemut Piciul?” (traduzione: come stai, piccolo. Io, da buon rugbista, ero tutto tranne che piccolo, ma lui mi ci ha sempre chiamato) mi disse e poi mi indicò la griglia da prendere (naturalmente, completamente costruita da lui, penso in ghisa, pesantissima e eterna). Dopo di che mi guardò e mi chiese come andava col rugby, per la prima volta da quando ci giocavo. Ricordo che si complimentò per le convocazioni in nazionale giovanile e disse che era molto fiero che io praticassi uno sport così nobile. Rimasi quasi intimorito da questa sua “uscita” e non riuscii a non trattenere la mia curiosità…mio nonno conosceva il rugby? Quando? Come? Perché?

«Grazie nonno, è strano sentirti parlare di rugby, lo consoci davvero?» dissi. Lui mi guardo e rispose con una tipica espressione friulana che ometto…poi riprese, serio e mi disse: «sigùur» (sicuro). Rimasi davvero stupito e mi decisi ad approfondire la cosa. Il racconto che ne uscì fu di quelli che ti lasciano senza parole…

«Capiti nel momento giusto, il giorno prima del 25 aprile, una data importante per noi italiani. No (mi sorrise)? Era da tempo che volevo farti questo discorso, non tanto per parlare di me, quanto per lasciarti qualcosa di quello che sono stato, qualcosa che pochi conoscono. Una parte della mia vita, difficile, intensa, ma assolutamente piena di valori e che mi ha segnato profondamente. Avrai, sicuramente, capito di cosa sto parlando. In quegli anni, per noi giovani, era un casino. Dovevamo schierarci, non si poteva rimanere indifferenti alle cose che ci stavano succedendo attorno. Io la mia decisione la presi fin da subito, fu difficile e mi cambio la vita: decisi di “diventare partigiano”. Detta così poi sembra che mi diedero un titolo, in realtà io volevo solo la libertà. Volevo solo poter dire quello che pensavo, senza rischiare di essere picchiato, perché la mia idea era contraria al regime. Ad ogni modo, tramite amici, iniziai  a cooperare con i partigiani. Mi trasferii in montagna e da quel momento in poi venni, inevitabilmente marchiato, la mia famiglia ebbe non pochi problemi, ma mi appoggiò. Furono anni difficili, fatti di scelte altrettanto importanti, a volte dure, certe altre inevitabili (il suo sguardo, si fece triste, ma non chiesi nulla, mi limitai ad osservarlo in silenzio). Oltre che per la vita, lottavo per un ideale di stato che, almeno per me, andava al disopra di ogni movimento politico, io volevo solo la libertà. Volevo poter essere libero di poter pensare, libero di poter parlare. Ora tu ti starai chiedendo cosa centra tutto questo, con il rugby? Centra, centra. A quei tempi, la cosa più difficile da fare era passare il tempo, quando questo era “libero”. Nella mia squadriglia, a un certo punto arrivò un inglese, che voleva cambiare le cose. Man mano che lo conobbi, scoprii tantissime cose, come ad esempio che giocava a questo strano sport: il rugby. Così un pomeriggio di riposo, invece del solito calcio, ci propose di provare con la palla ovale (fatta per l’occasione di stracci e spago per tenere fermo il tutto): l’esperienza fu fugace, perché di “impatti fisici”, eravamo saturi, ma rimanemmo tutti molto colpiti da quello “strano” sport. Io in modo particolare. Ne parlai tantissimo con lui, nelle settimane seguenti e mi colpirono tante cose: l’idea di squadra, il fatto che bisognava aiutarsi a vicenda, che giocare da soli non si poteva fare, era un po’ come quello che stavamo vivendo noi, sperduti in mezzo ai monti. Rimasi così tanto colpito, da portarmi dentro questo sport per tantissimi anni. Vedi questa mia fugace esperienza, mi convinse ad appoggiare tua madre e tuo padre nella decisione di fartelo praticare (io rimasi stupito, dopo quella affermazione). Ora, però, bando alle ciance, ti avrò annoiato. Prendi la griglia e vai a festeggiare, perché se lo fai è anche un po’ per merito mio (sorrise, compiaciuto). Ah e fammi sapere quando giochi con la Nazionale di categoria, qui in zona, mi piacerebbe venire a vederti giocare una partita, in azzurro».

Mio nonno morì due giorni prima di una mia partita “in zona”, contro l’Irlanda. Non lo dissi a nessuno, al tempo. Mi misi a disposizione della squadra, non segnai, ma passai il pallone della meta finale. Proprio come diceva il mio nonno: «Bisogna mettersi a disposizione del gruppo, sempre e comunque. Il rugby è una battaglia, proprio come quella che decisi di combattere al tempo, per liberare l’Italia. Tu vedi di lavorare costantemente, non darti mai delle arie e essere sempre fiero di praticare questo sport. Oggi non lo conosce nessuno, ma l’Italia è così, vedrai il futuro sarà tutto per voi».

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