Diario di un anonimo rugbista: un thriller ovale

A chi non è mai capitato di risvegliarsi e non ricordarsi nulla della sera precedente? A tutti immagino. Ma ci sono “volte” in cui la sensazione di “eppure…

A chi non è mai capitato di risvegliarsi e non ricordarsi nulla della sera precedente? A tutti immagino. Ma ci sono “volte” in cui la sensazione di “eppure so che qualcosa è successo”, è più accentuata di altre. In quella calda mattinata di fine giugno, anche a me (a noi) capitò e la giornata divenne una delle più lunghe della nostra vita…

Era il 21 giugno 1969, un sabato. Una data che ci saremmo ricordati per molto, ma molto tempo: l’addio al celibato del Tony, il nostro capitano. L’avevamo preparato nei minimi particolari, dal momento in cui, lui, aveva fatto l’annuncio in spogliatoio ci eravamo tutti dati un sacco da fare. Dopo una prima riunione attorno al club, erano venute fuori le prime idee strampalate, dovute, forse, al fatto che le birre in quella chiacchierata, si erano davvero sprecate. Ma andiamo con calma, prima di arrivare nel vivo della giornata, è lecito spiegare il perché e il percome si sia arrivati a tanta follia…di seguito, una serie di affermazioni e  proposte fatte dai vari componenti della squadra, tra una birra e l’altra (decisamente troppe, col senno di poi):

Marchino detto, chiaramente,“il piloncino”, era un personaggio da 160 chili, non grasso, ma come diceva l’allenatore “un gran bel pezzo di carne”, propose di organizzare una grande mangiata con tutta la squadra, idea che non scartammo a priori. Il “conte Rossini”, l’ala, lo chiamavamo così per la sua aria sbarazzina e sempre perfettina, propose una nottata in un noto night di lusso della zona (gestito, a detta sua, da una delle sue tante amanti), cosa che attizzo quasi tutta la squadra, ma poi la consapevolezza di non avere soldi per entrarci, calmò i bollenti spiriti. “Mignolo”, il tallonatore, sostenne che un suo fantomatico zio, gestiva un ristorante/night nelle campagne dell’allora Jugoslavia, proprio oltre il confine (la sua idea non la tenemmo in considerazione nemmeno per un attimo, già espatriare era difficile, dalla Jugo, poi, probabilmente non saremmo mai più rientrati in patria). Poi arrivò il turno di “sconsacrato”, la terza ala, noto anticlericale della zona, che caldeggio la possibilità di crocifiggere (per finta) al contrario, il capitano e con un tubo di plastica, collegato ad un imbuto, farlo bere fino allo sfinimento. La proposta lasciò tutti in silenzio, non tanto per l’idea della crocifissione, quanto perché nessuno volle scartarla, era una cosa tanto fantasiosa, quanto folle, per cui ci convincemmo che stavamo ragionando “in maniera costruttiva e profiqua”. Gli interventi finali furono di “scopone”, il cui soprannome era tutto un programma: era una seconda linea, che aveva fatto della seguente frase una filosofia di vita – “prima di arrivare alle principesse, bisogna uccidere moltissimi draghi” – l’unico problema è che lui era solito copulare con delle giovani fanciulle bruttissime, nella speranza che prima o poi sarebbe arrivata la Principessa. Intanto, però, aveva sedotto, più o meno, gran parte dei draghi della zona. Ed erano davvero tanti! Ragion per cui, alla sua dichiarazione «metto mano alla rubrica telefonica, datemi i gettoni», lo  sommergemmo di insulti e lattine di birra vuote. Verso la fine della riunione, quando tentammo di tirare le somme della serata, intervenne, lasciando tutti senza parole, “Er Parola”. Era il mediano di mischia di riserva, uno che non parlava mai e stava sempre per i fatti suoi, ma si allenava sempre e ogni qualvolta era chiamato in causa non deludeva. Con un filo di voce, dichiarò che suo padre aveva un pub e che lui aveva ben 8 cugine, desiderose di conoscere uno sport come il rugby. Per cui, volendo, potevamo fare tutto nel suo locale. Dopo di che si richiuse nelle spalle e ci guardò, aspettando una risposta.

In un primo momento, io stesso, rimasi allucinato: giocavamo insieme da almeno tre anni ed era la prima volta che lo sentivo parlare. Poi aveva otto, dico otto cugine e noi non lo sapevamo?! Superato il momento di imbarazzo generale, dissi che oggettivamente era la proposta più intelligente e conveniente. Tutti annuirono, ancora increduli. Lui si alzo, ci disse che bastava una colletta, per pagare la birra e tutto si poteva fare, prese la porta, salutò con un cenno della testa e sparì.

Ancora tutti piuttosto scossi, per le ultime rivelazioni, tirammo le somme. Il posto c’era, le frequentazioni femminile anche, la croce pure (“Sconsacrato”, era troppo orgoglioso della sua idea, per bocciargliela) e il cibo lo portava “Marchino”, la cui mamma era una cuoca provetta. Pattuimmo una spesa di 10 mila lire a testa, operazione che affidammo “ar corto”, soprannominato così non perché era basso, ma perché era tirchio in maniera impensabile e quando si trattava di soldi eravamo soliti dare a lui le mansioni di “cassa”. Tutti soddisfatti, uscimmo a fatica dalla Club House del club, convinti che sarebbe stato un addio al celibato indimenticabile. E lo sarebbe stato, ma per svariati motivi, da quel giorno molti di noi smisero di bere…

Continua…

La foto è casuale, scaricata dal sito del Rugby Etruria Piombino 1969.

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