Il freddo è tanto, la neve scende copiosa, ma la partita va avanti e, tra un placcaggio e una giocata veloce, siamo ancora bloccati sullo zero a zero. Dove siamo? A Londra? Parigi? Cardiff? Assolutamente no. Siamo al mitico “Comunale”, un piccolo stadio che ad oggi è diventato un “bellissimo” parcheggio sotterraneo. A quel tempo, però, era un gioiello. Piccolo, ma con tutte le comodità del caso: c’erano addirittura due spogliatoi, un piccolo magazzino, un ufficio adibito a segreteria, gli spalti un po’ coperti e, per finire, la cosa più importante, fondamentale e vissuta…la club house. Ma torniamo al rugby giocato. È derby e questo o si percepisce già dalla settimana di allenamenti, che precede la partita: la squadra, infatti, è più silenziosa e impegnata. Tutti hanno un aria seria, quasi da giocatori “professionisti”. I piloni corrono, i mediani di mischia parlano più concretamente (non continuativamente), i mediani d’apertura calciano meno e, se lo fanno, è per andare in touche, le ali placcano, il capitano osserva, le seconde parlano e si spendono per la squadra, non rimanendo nel loro mondo (guardando tutti dall’alto, spesso succedeva), l’allenatore coordina senza urlare. Questa era l’aria del derby, per non parlare poi del tifo e dei tifosi. Il rugby, nella mia cittadina, era arrivato da poco, tuttavia aveva subito suscitato grande interesse e partecipazione da parte di tutta la città, a scapito della squadra di calcio cittadina, stupita, ma assolutamente partecipativa nei nostri confronti. Così in quella settimana “pre derby”, la club house diventava il vero cuore pulsante del paese. I vecchi da bar si sistemavano sui tavolini antistanti l’entrata, con carte alla mano e pacchetto di sigarette sempre nel taschino; Mariolino, il macellaio, lasciava la moglie in negozio e, con abbondante scorta di carne, si trasferiva nella piccola cucina dello stadio dove, per i primi tre giorni puliva, poi dal mercoledì sera cucinava; il tutto assieme alle nonne dei giocatori che, appassionate alla palla ovale, portavano cibo per i loro nipotini. Certe polpette di carne affogate in salsa di pomodoro e speck, oppure quel ragù di una volta fatto di sapori forti e aromatizzati, così come i filoni di pane, fatto rigorosamente in casa, che profumavano l’aria del campo in maniera indimenticabile; senza dimenticare, poi, i tortelloni ripieni di sclopit e montasio, preparati dalla signora Andreina, la nonna dell’apertura avversaria, che ne faceva per le due squadre, più tutti i tifosi. Insomma per molti quei sette giorni, erano i più belli dell’anno. In quella stagione la grande sfida capitò in inverno, ricordo il freddo pungente e i vecchi da bar (86 e 89 anni) sempre sui tavolini esterni a fumare e parlare di rugby (sport che avevano conosciuto pochi mesi prima, ma del quale erano diventati esperti assoluti); c’era la stufa della club house sempre riempita di legna, per garantire il giusto clima per le cene e per le riunioni, alle quali oltre alla squadra, vi partecipava silenziosamente anche tutto il paese. Così ci ritroviamo al settantesimo minuto della sfida in parità, sotto una nevicata incredibile. L’arbitro durante la pausa tra un tempo e l’altro, si era detto favorevole a far concludere la partita, in fondo “siamo rugbisti, cosa saranno mai due fiocchi di neve”, disse. Si faceva fatica a trovare gli avversari, completamente coperti di neve, ma la partita continuava. Numerosi gli impatti, con la mia squadra sempre in attacco. Sul finire del match, Giorgio, l’apertura ospite, si inventa un contrattacco, scavalca la nostra ala con un calcetto a scavalcare e si invola recuperare la palla, boato del pubblico e meta certa. Sul più bello, però, sbuca dal nulla Cristiano, l’estremo, quasi fosse uscito da un buco sotto la neve, anticipa il recupero del pallone da parte dell’avversario e prende a correre. Arrivato poco dopo il centro campo, rallenta e come se niente fosse fa partire un drop, che centra i pali: 3 – 0 e vittoria del match. Detta così la si fa facile, ma c’è qualcosa da dire: Cristiano giocava la prima partita della sua vita, veniva dal calcio per cui coi piedi ci sapeva fare; inoltre era tutta la settimana che prendeva in giro il capitano, dicendo: “guarda che domenica faccio un drop, appena capisco come si maneggia sta palla ovale. Ti assicuro che se mi capita lo faccio. Io me ne sto in fondo, prendo la mira e sparo una pedata, semplice”. E questo aveva fatto. Stadio sul momento zittito, tutti a chiedersi quanto valeva e se valeva aver calciato la palla di rimbalzo in mezzo ai pali, poi in un attimo le grida, gli applausi, gli abbracci. Anche l’arbitro, stupito, dopo aver confermato i tre punti, guardato i giocatori sommersi di neve, sorrise a Cristiano, incredulo di quanto aveva fatto, e fischiò la fine. Che dire…fu una nottata lunga per tutte e due le squadre, primo perché scese tantissima neve e nessuno si sposto dallo stadio, vecchi da bar compresi, secondo perché Mariolino aveva cucinato una porchetta gigantesca e tutto il maiale che aveva in macelleria; terzo perché il presidente aveva aperto le sue cantine e portato vino di casale in abbondanza. La cosa più stupefacente di quel derby? Sicuramente il drop. Perché? Semplice, per Cristiano fu la prima ed ultima partita, perché venne trasferito in Portogallo per lavoro, ma ogni 26 gennaio, oramai da oltre trent’anni, arriva una cartolina portoghese, per ricordare e ricordarci la sua impresa innevata.
