Di Melita Martorana
Al 46’, gli Springboks sul 13 a 12, decidono di calciare tra i pali e si portano 16 a 12. Pochi secondi dopo, la seconda linea degli All Blacks Fabian Holland intercetta un box kick di Grant Williams, lo segue, prende il pallone, si scarta di Sasha Feinberg-Mngomezulu e lo schiaccia in meta. Ruben Love converte e gli ospiti agganciano un 16 a 19.
Ma è la 55’ che gli All Blacks vincono la partita, almeno da un punto di vista mentale. Dopo aver sofferto per 50 minuti in mischia, i nuovi innesti della prima linea George Bower, Fletcher Newell e Asafo Aumua difendono con i denti una mischia sudafricana sui propri 5 metri asfaltando i padroni di casa. Da li, Will Jordan scappa pallone in mano cercando pochi spazi e passa ad un Damian McKenzie che, involato dalle retrovie, trova una vera e propria autostrada nella difesa avversaria e si porta fino a tre metri dalla linea di meta, Cam Roigard non riesce a segnare, ma gli All Blacks conquistano una mischia sui 5 metri. Capitan Savea si stacca, sguscia nel lato chiuso, viene fermato, ma il pallone passa veloce di mano in mano fino ad arrivare a Luke Jacobson che segna. Ruben Love converte e al 59’ gli All Blacks si trovano 16 a 26 e non torneranno mai più indietro, con gli Springboks che invece perdono testa e coesione, si prendono due cartellini gialli nel giro di 60 secondi e permettono a Will Jordan, che riceve un passaggio lungo, lungimirante e delizioso da Savea, di sigillare la bara sudafricana con la seconda meta personale della serata. Love converte ancora e si finisce 16-33.
Rassie Erasmus, visibilmente giù di morale in conferenza stampa, la definisce una vera e propria batosta questa sconfitta in casa ad Ellis Park. C’è da dire che in Nuova Zelanda ci credevano. L’arrivo di Dave Rennie ed il suo staff, le vittorie di luglio, gli “allenamenti” contro le franchigie dell’URC hanno fatto vedere abbastanza da dar fiducia sia ai tifosi che ai giornalisti che auspicavano una vittoria.
Gli All Blacks sono arrivati in Sudafrica non solo come meno quotati, ma soprattutto come un’incognita per i padroni di casa. Erasmus aveva dichiarato che si erano preparati a tutto, evidentemente non al fatto che gli All Blacks, in difesa, si sarebbero buttati su qualunque cosa, letteralmente strappando il pallone dalle mani degli avversari.
Se Will Jordan – meritatamente – si prende il Man of the Match, per noi il simbolo di questa attitudine è Jordie Barrett: 15 placcaggi su 15 e 5 turnover conquistati, e quella mano sul pallone a negare la meta di Malcolm Marx. Il fatto è che – se ancora non si fosse capito negli ultimi mesi – se lasci il possesso nelle mani degli All Blacks e permetti loro di avvicinarsi nei tuoi 22, non li fermi più, puniscono con calci o passaggi lunghi nei canali esterni. Basta vedere le statistiche, gli All Blacks hanno avuto solo il 39% di territorio con il 56% di possesso, conquistando ben 14 turnover contro i soli 5 del Sudafrica. 5 mete ad 1 la dice lunga.
È stato evidente che gli Springboks abbiano portato avanti un gioco uni-dimensionale. Contro questi All Blacks, che finalmente hanno ritrovato il proprio DNA in attacco, il solo sbattere contro gli avversari a centro campo, non fa più la differenza e Rassie, che si sa è un genio del male, avrà sicuramente già preparato un piano per nullificare i neozelandesi a Capetown.
Can Roigard rimane il vero pivot della squadra, con tutte le scelte a sua disposizione, imposta l’attacco dei tutti neri, utilizzando non tanto Ruben Love quando più Damian McKenzie e lo stesso Jordie Barrett per allargare il gioco negli spazi aperti. Il pallone nelle mani kiwi vola veloce, anche tra quelle, a volte meno esperte, di piloni e seconde linee. L’allenatore dell’attacco Mike Blair – fatelo santo subito – ha impostato un piano dove tutta la tre quarti può attaccare da qualunque punto del campo, e che tre-quarti dove ogni giocatore dal 9 al 15 calcia in modo intelligente – quel delizioso 50/22 di Quinn Tupaea lo abbiamo visto tutti, no?
Ma è la panchina degli All Blacks a fare la differenza, soprattutto nel secondo tempo. Dopo lo sfortunato incidente che mette Ethan de Groot e Josh Lord fuori per concussione al 37’ sostituiti da George Bowler e Simon Parker, e’ con l’innesto di Fletcher Newell al 50’ e di Asafo Aumua la 54’, che la prima linea All Blacks fa al Sudafrica quello che il Sudafrica fa agli altri, li domina, proprio in quella mischia contro al 55’ sotto i pali. Prima del cambio, era evidente che Codie Taylor, sotto pressione avversaria, non riuscisse a spostare la gamba che spinge il pallone inserito dal mediano di mischia per farlo arrivare fino a Savea numero 8. Nel primo tempo gli All Blacks concedono un paio di turnover proprio così.
Fabian Holland, unica colpa della serata quel neck roll che concede un fallo agli avversari, due partite lo scorso novembre, poi fuori tutto il Super Rugby, rientrato con l’ultima partita infra-settimanale, e capace di giocare con prepotenza per la prima volta ad Ellis Park, la dice tutta sulla mentalità di questa squadra che è ritornata a vivere, prima che a vincere, sotto la guida di Rennie, Blair e Tana Umaga.
Martedì 25 avremo l’ultima sfida contro una franchigia, questa volta i Lions, in cui dovrebbe esordire Richie Mo’unga, per poi spostarci a Capetown per il secondo test match della serie.
Sia chiaro, ancora non si è vinto nulla. Si è però salvata tanta dignità, e se finisce cosi, 2 a 1 in terra africana, non si può che essere contenti. Baltimore è tutt’altra cosa.
