La “Quaestio XIII”: un week – end passato al Mondiale di Rugby League

Eccomi qui, ancora una volta davanti ad una tastiera, per affrontare la “quaestio del Rugby a XIII”. In Italia, come oramai abbiamo capito, esistono ben due Federazioni che…

Calegari-620x300Eccomi qui, ancora una volta davanti ad una tastiera, per affrontare la “quaestio del Rugby a XIII”. In Italia, come oramai abbiamo capito, esistono ben due Federazioni che provano a coordinare questa disciplina, che però, pur predicando la stessa lingua (quella del rugby league) si fanno la guerra, non riuscendo minimamente a parlare e ad interagire; così a rimetterci è un movimento fatto di tanti appassionati, che non riesce però a decollare. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è quella relativa alla composizione della nazionale italiana strutturata quasi interamente da oriundi italo/australiani. C’è chi la considera una non nazionale, chi la snobba, chi non è interessato al XIII e chi semplicemente ignora il tutto. Il “problema” (se così lo vogliamo definire), però, è che questa squadra sta giocando una Coppa del Mondo e la sa portando avanti con grande professionalità e attaccamento alla maglia azzurra. Certo, chi è inserito nella rosa, se escludiamo Fabrizio Ciaurro e Gioele Celerino, è un prodotto “made in Australia”, ma questo non è colpa di nessuno, se non di un regolamento planetario che concede la possibilità ad un giocatore di cambiare nazionale, tra una manifestazione sportiva e l’altra, se possiede parenti di una, piuttosto che di un’altra nazione. Così l’Italia, coordinata da un movimento molto sviluppato in Australia, ha preferito optare per una rosa competitiva, composta da atleti di prim’ordine del campionato nazionale australiano. Questa decisione può essere compresa o meno, ma sta di fatto che per competere in un Mondiale bisogna essere preparati e organizzati e in Italia, ad oggi, nessuno lo è. Da qui la decisione di creare questa squadra, che veste d’azzurro, gioca con il nome dell’Italia, ma non ha, tra le sue fila, atleti che militano nel campionato italiano. Posso immaginare che, oltre a provare ad arrivare a questa competizione nel modo più preparato possibile, la federazione abbia deciso così, anche per catalizzare definitivamente l’interesse generale verso questa disciplina, nella speranza di dare un definitivo scossone al movimento italiano, in modo tale da iniziare a lavorare in maniera costruttiva, per organizzare una squadra nazionale di atleti italiani, preparati a sfidare le grandi potenze del XIII, a cominciare dalle prossime competizioni internazionali. Ora, dunque, perché continuare a discutere, quando si potrebbe lavorare assieme, con quest’unico obiettivo comune?

Così, a fronte di tutte queste domande e della mia innata curiosità, sono finito in Galles, per passare qualche giorno assieme all’Italia di rugby a XIII, conoscere i giocatori e una disciplina, a me, completamente sconosciuta; essendo anch’io un estimatore, “conoscitore” ed appassionato del rugby a XV. Dal mio arrivo in Inghilterra, a Bristol, la prima cosa che mi è saltata agli occhi è stata l’interesse e la partecipazione della gente verso questo sport. Se durante il Sei Nazioni, la Gran Bretagna si riempie di persone che indossano le maglie dei propri beniamini dell’Union, in questi giorni sono tantissimi i tifosi del league, che si riversano nelle strade. Le vetrine sono piene di magliette dei Bradford Bulls, piuttosto che dei Londons Broncos, o dei Wigan Warriors e i giornali e le televisioni, in particolare, danno equo spazio tanto al league, quanto all’union. Ma torniamo a noi: atterrato all’aeroporto di Bristol, una macchina dell’Italia mi è venuta a prendere per portarmi nel quartier generale degli azzurri, a Chepstow (40 miglia da Cardiff). Dopo un’ora di viaggio, in cui mi è stato spiegato un po’ il contesto in cui mi sarei trovato di lì a poco, eccoci arrivare in un golf club, con annesso castello del ‘700, luogo di soggiorno dell’Italia, solo per la partita inaugurale del Mondiale. Il primo impatto, vi lascio immaginare, è stato al quanto particolare. Tanti, infatti, i gallesi intenti a giocare a golf, chiaramente, e altrettanti gli uomini della delegazione azzurra intenti a lavorare. Dopo una rapida presentazione allo staff, ho avuto il piacere di osservare e conoscere i tanti giocatori dell’Italia; la cosa che mi ha colpito di più è stata la serietà, pochi scherzi tra compagni di squadra e tanta tranquillità generale. Tra una riunione e l’altra è arrivato il momento dell’esordio iridato: in un Millenium Stadium gremito di pubblico, quasi 50.000 persone sedute sugli spalti, ho visto una squadra lottare, con tutto il pubblico “contro” e non mollare mai, anche quando il Galles era riuscito a portarsi in vantaggio. Attorno a me, invece, giornalisti, blogger, radiocronisti e chi più ne ha più ne metta, tutti intenti a diffondere notizie, tweet e simili, rispetto a questo mondiale. Chiaramente la vittoria dell’Italia è stata la “ciliegina sulla torta” e, chiacchierando con due giornalisti francesi, siamo giunti alla conclusione che, pur non avendo un movimento così sviluppato nel “bel paese”, questa decisione di partecipare con una nazionale costruita “ad hoc”, non è stata una mossa poi così sbagliata. Per prima cosa perché questo, potrebbe portare visibilità ed interesse attorno a questa disciplina, poi perché sono state tante le nazionali che hanno attinto “in giro”, per rimpinguare e rendere più competitiva la propria rosa, in vista di questo evento sportivo (la stessa Francia, così come Tonga, oppure i vicecampioni del mondo dell’Australia). In ogni caso il mondo della Rugby League merita di essere conosciuto, così come gli azzurri meritano l’interesse del pubblico, nella speranza che questo sia solo il primo passo verso una nazionale italiana costruita da soli giocatori italiani. Per ottenere questo, però, penso sia il caso di lavorare assieme e non frammentare un movimento già molto scarno, in quanto a partecipazione. Tuttavia questa è solo l’opinione di un appassionato di rugby, in tutte le sue forme e discipline. ai posteri l’ardua sentenza…

 

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