Il rugby in Italia è sulla bocca di molti. E’ diventato, in maniera indiscussa, fonte di notizia (maggior spazio sui media), ispirazione (film, pubblicità) e distinzione per i valori che da sempre trasmette. Questo enorme sviluppo ha trasformato, finalmente, il rugby in uno sport di massa, attraendo sempre più persone: dal genitore che vede in questa disciplina una buona via di educazione alla vita e allo sport per il figlio al giovane che vuole intraprendere una nuova carriera sportiva, perché deluso da precedenti attività o semplicemente perché attratto dalla palla ovale. Questa massificazione, se mi passate la similitudine con la fisica, ha moltiplicato la forza del movimento rugbistico anche e soprattutto non professionistico. Tanti nuovi tesserati, tante neonate società e lo sviluppo di discipline vicine al rugby XV snobbate fino a qualche tempo fa e relegate a puro ruolo sociale come il rugby seven o il rugby league o il touch rugby.
Questo movimento di persone e società comporta la comprensibile necessità di mostrarsi ed emergere da parte delle varie realtà rugbistiche. Conseguenza di ciò sono le bagarre e le dispute che non solo non fanno bene al movimento, ma lo indeboliscono, facendo perdere lo spirito e i valori tanto amati e sbandierati. Il caso più clamoroso di questi anni è quello relativo all’impianto delle tre fontane e il più recente è la disputa tra le due federazioni di rugby XIII che si contendono l’esclusiva del movimento. Unite a queste più famose possiamo aggiungere tante piccole discussioni in ambito locale tra diverse realtà che si contendono tesserati e spazi. La maggior parte di queste rotture non sono spesso figlie di tragiche divergenze sulla crescita del movimento della società o del “sistema rugby”, ma sono semplici guerre tra esponenti delle società per una becera sete di potere. Questo mio articolo si rivolge a tutti quelli che, in qualche modo, sono interni a queste dispute, nella speranza che si possa arrivare a considerare l’idea che questi comportamenti sono male per i ragazzi che le subiscono, per le persone che le perseguono, che spesso restano con in mano un gruppetto di atleti che non riesce a scendere in campo la domenica. Inoltre, parliamoci chiaro, se l’intenzione prima di qualcuno è arricchirsi piuttosto che accrescere il potenziale della propria associazione, ha sbagliato ambiente e, a parer mio, non merita neanche di vivere nel mondo ovale e fingere di trasmettere comportamenti e valori in cui non crede.
Lavorare bene in un ambiente, mettendo anche da parte le proprie attese personali ha buone probabilità di portare poi, con il tempo, a risultati ottimali con la conseguente soddisfazione di atleti e componenti societari. Porto come esempio la situazione delle due federazioni di rugby XIII, divise polemicamente sulla crescita del movimento e sulla questione della nazionale, composta anche da oriundi: se entrambe le parti fossero pronte a confrontarsi seriamente, senza pregiudizi, potrebbe nascere una collaborazione volta allo sviluppo del rugby XIII al fine di avere una nazionale composta solamente da italiani di pari valori di quella oggi esistente, che ha evidentemente bisogno degli oriundi per confrontarsi in un mondiale. Le competenze e le capacità di due gruppi, uniti e spinti dallo stesso fine possono portare a effettivi risultati. Altrimenti si rischia di avere la sensazione di una continua discussione che allontana gli interessati dalla disciplina, che siano atleti piuttosto che media o sponsor, con la conseguente mancanza di sviluppo della disciplina che sarà vista come un ambiente non sereno.
Un altro esempio, magari meno evidente, è quello di due società limitrofe, magari dello stesso piccolo centro abitato divise e contrapposte. Spesso capita che la separazione sia figlia del campanilismo tipico italiano o della discussione tra dirigenti o personale di una squadra che ne fonda, quindi, una nuova. Il risultato: due associazioni che non riescono a mettere in campo le varie categorie, magari con due squadre seniores di medio livello che insieme potrebbero ambire a risultati importanti e che iniziano i rispettivi campionati con punti di penalizzazione.
Questo editoriale, che vi prego di non considerare retorico, è un invito a tutti quelli che si trovano in situazioni simili a non pensare esclusivamente ai possibili risultati immediati che si possono ottenere, quanto a quelli a medio e lungo termine che si possono avere anche a discapito di un proprio guadagno personale immediato.
Valerio Amodeo
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