Sono già passati gli oltre 40 giorni della Coppa del Mondo di rugby. L’avevo aspettata così tanto, che ora mi trovo in una situazione di estremo disagio. Già, ora dovrò aspettare il Sei Nazioni. Ora dovrò stare tanto, troppo tempo senza vedere costantemente il rugby in televisione e, soprattutto, dovrò aspettare per farmi rapire, ancora una volta, da tutto il contorno che un Mondiale di rugby mette in mostra. Vogliamo parlare dei canadesi che aiutano a spalare il fango dopo l’uragano, o dei tanti atleti vinti e vincitori che si riconciliano abbracciando i propri figli. Vogliamo parlare dei grandi uomini che hanno detto addio al rugby internazionale e di fatto per un attimo sono tornati umani e hanno mostrato il loro lato più sensibile, perché puoi prendere tutte le decisioni di questo mondo, ma quando si prova a dire addio al rugby non è mai facile.
Parlando di rugby giocato, invece, non possiamo che inchinarci al Sud Africa, fresco Campione del Mondo, non possiamo che cercare di capire la struttura organizzativa dell’Inghilterra che contro la Nuova Zelanda ha giocato una partita che rimarrà negli annali di questo sport, agli All Blacks che sono sempre gli All Blacks, per non parlare del Galles, della sua sfortuna e del fatto che ogni maledetta volta vengono datti per vinti e poi reagiscono in maniera immensa sul campo; io ho amato anche l’Uruguay e la sua capacità di giocare a viso aperto contro tutti, così come lo splendido Giappone e vogliamo parlare dell’entusiasmo della Russia, conscia dei propri limiti, ma allo stesso tempo arrembante una volta capito di dover giocare tutto, compreso sé stessa, per portarsi a livello di questa manifestazione Iridata. Già, perché vogliamo parlare del livello di questa Coppa del Mondo? Assoluto. Squadre preparate sotto ogni punto di vista si sono sfidate in un torneo dove nulla è stato scontato.
E l’Italia? Abbiamo vinto quello che dovevamo vincere. Una riflessione la dobbiamo inevitabilmente fare, ma alcuni giocatori rappresentano un patrimonio da tutelare ed aiutare a crescere guardando al futuro. Il vero salto lo dobbiamo fare in casa, nei campionati casalinghi, nella gestione dei giovani. Da queste cose dovremmo ripartire per costruirci un futuro di vittorie. Chi vivrà vedrà in ogni caso.
Ora, tuttavia, dovrò tornare ad aspettare di fare un’altra intensa indigestione di rugby. 4 anni, in fondo, non sono poi tanti. Mondiali mode off.
