Ho iniziato a giocare quasi per caso in una società sgangherata, ma piena d’amore, amicizia, uguaglianza e sportività. Ho avuto la sfortuna di avere dei genitori molto assenti e così mi sono trovato spesso (per non dire sempre) scaricato al campo da rugby, diciamo dal dopo scuola. Così sono praticamente stato adottato dalla Marisa, la cuoca della Club House, che era anche quella che lavava le maglie e si prendeva letteralmente cura di tutti quei giovani che, come me, avevano preso a frequentare troppo assiduamente il campo. Noi, praticamente, vivevamo allo stadio. Avevamo delle regole: per prima cosa si apparecchiava, poi si dava una mano (a rotazione) a servire, sparecchiare e lavare i piatti; poi dovevamo fare i compiti, tutti. Lei, praticamente, ci ha accompagnato nell’adolescenza. Ci ha supportato nelle prime difficoltà, c’è sempre stata. Non ricordo un attimo della mia vita giovanile senza la sua presenza. La cosa più assurda? Marisa ha vissuto al campo da rugby, ha avuto tanti, tantissimi “figli”, però non ha mai visto una partita. Lei era sempre troppo impegnata a cucinare delle leccornie sopraffine per i terzi tempi e aveva sempre qualcuno da aiutare e supportare. Se siamo diventati gli uomini che siamo lo dobbiamo sicuramente a lei e alle sue parole, assolutamente non sempre di conforto. Anzi. Lei era schietta, diretta, dura, ma sotto sotto rappresentava tutta la dolcezza che, poi, io ho sempre cercato di avere nei confronti del mondo. Più passavano gli anni e crescevamo e più lei era una presenza fissa nelle nostre vite. Prima delle partite ci offriva un caffè e una parola di incoraggiamento. Dopo, ci supportava nelle sconfitte o nelle vittorie. Lei ha cresciuto intere generazioni e per noi era diventata una vera e propria Nonna. Lei ci ha supportato. Noi dal canto nostro abbiamo provato, sempre, a seguire i suoi insegnamenti. Ma si sa, nessuno è eterno. Lei se n’è andata in febbraio, seduta a fianco alla stufa che la riscaldava da sempre. Nel sonno. Sembrava quasi sorridere. Non abbiamo fatto nulla. Lei non avrebbe voluto. Le abbiamo solo dedicato il nome della Club House che tanto ha supportato ed amato. Però il minuto di silenzio la domenica è stato il più lungo e doloroso delle nostre vite. E tutti almeno una lacrima gliel’abbiamo regalta.
A mia nonna, che mi ha cresciuto.
