Wayne Pivac racconta la “sua Benetton”, l’impatto con il rugby italiano e il suo progetto ovale

Di Melita Martorana Quando il Benetton Treviso era in pieno reclutamento, cercando un nuovo capo allenatore, avevano deciso che, nel guardarsi in giro, un po’ ovunque, cercavano un…

Wayne Pivac racconta la “sua Benetton”, l’impatto con il rugby italiano e il suo progetto ovale

Di Melita Martorana

Quando il Benetton Treviso era in pieno reclutamento, cercando un nuovo capo allenatore, avevano deciso che, nel guardarsi in giro, un po’ ovunque, cercavano un allenatore con tanta esperienza. E quando il suo agente lo chiama e lo informa che era finito nella lista finale di possibili candidati, Wayne Pivac era abbastanza contento di essere tornato ad Auckland, e di aiutare le nuove generazioni di allenatori della regione: “Per tornare a questi livelli, in Europa, doveva per forza essere un progetto che mi avrebbe entusiasmato, non solo me, ma anche la mia famiglia, mia moglie. Conoscevo Treviso, ci sono venuto varie volte e, alla fine, il progetto che mi è stato presentato era veramente difficile da declinare.”

E così, firmato il contratto, Pivac approda a Treviso il 18 giugno scorso con sua moglie Michela e con Dusty, il cane adottato quando erano in Galles. Dopo un primo periodo di assestamento, in cui si sono svolti i riti del caso come trovare casa, l’avventura è iniziata. Pivac sottolinea l’aiuto del club, delle persone che lo hanno accolto e parlando subito della squadra in questi tre mesi dice che si sono alleanti duramente nonostante il caldo afoso dell’estate: “Con temperature che hanno sfiorato i 40 gradi. Volevo vedere come gestivano il caldo, e secondo me han fatto bene.”

Tre mesi di preparazione e poi due amichevoli, la prima contro le Zebre, e poi lo United Rugby Championship, con il debutto finito in pareggio contro i Dragons e la sconfitta, di poco contro il Connacht. Ci sono sei partite da affrontare nel primo blocco autunnale, prima che tutti i campionati europei si fermano a novembre per dare spazio alle nazionali che giocheranno quattro partite del Nations Championship.

Il pareggio e la sconfitta, quando in entrambi i casi la squadra poteva portare a casa il risultato per poi vederselo sfuggire, lasciano molto l’amaro in bocca: “Ci vuole tempo, abbiamo degli infortuni che stanno testando la profondità che abbiamo in certe posizioni. Che non è un brutto indizio per l’inizio di stagione. Ci dà informazioni proprio su chi abbiamo a disposizione. Quando erediti una squadra, prima devi conoscere i tuoi giocatori, e poi disegnare il profilo della squadra che vuoi per proseguire la stagione, e questo è un piano che stiamo portando avanti da dietro le quinte. Nel frattempo dobbiamo comunque vincere le partite. Tre partite di URC prima di approdare nella coppa europea. E vogliamo giocare bene in Europa. In realtà vogliamo fare bene in entrambe le competizioni senza, però, addossarci una pressione non necessaria, tipo dobbiamo essere tra i primo 8 nell’URC o vincere la Challenge Cup. Vogliamo giocare bene, indipendentemente da ciò che è successo in passato. Abbiamo bisogno di continuità, e ci vuole tempo, ma i ragazzi stanno lavorando duramente, ed è l’unica cosa che veramente puoi chiedere, allenarsi bene e giocare bene.”

Quando prese in mano le redini di Auckland nel campionato provinciale NPC, Pivac aveva a disposizione una palestra di talenti provenienti dalla scena del rugby amatoriale di club, ma anche nelle nazionali d’età come la U20 e la selezione NZ Schools (giocatori che giocano al liceo). Nonostante la larga zona di scelta, Pivac ha comunque dovuto capire chi poteva già fare il salto di livello, chi avrebbe dimostrato di essere allenabile, e chi poteva avanzare verso una più brillante carriera. E tra il 2012 e il 2013 alcuni nomi che hanno vestito per la prima volta la casacca bianca e blu e che sono diventati anche All Blacks ce ne sono. Non si può non menzionare Ofa Tu’ungafasi, Ben Lam, Malakai Fekitoa, Patrick Tuipulotu, So’otala Fa’aso’o e Vince Aso, tutti giocatori che Pivac ha personalmente scelto. Ed è con questo auspicio che Treviso si affida al suo occhio anche per visionare la gioventù rugbistica italiana: “Guardiamo molto all’Italia U20, anche se non hanno giocato come avrebbero voluto. Ne abbiamo già alcuni che si allenano permanentemente con noi. C’è del talento, ma c’è anche tanto lavoro da fare, tanto tempo che deve essere investito per allenarli, sia dal punto di vista tecnico che tattico, ed è quello che stiamo facendo qui a Treviso. Alcuni hanno già giocato in URC sostituendo i nazionali che sono ancora a riposo. Prendi, per esempio, Antony Miranda, Piero Gritti, Francois Mey, hanno giocato, ne abbiamo vari nei trequarti che possono dare fiducia per il futuro. Saranno molto impegnati, hanno molto su cui lavorare per migliore, ma certamente ci sono giocatori con talento che stanno uscendo dal sistema Italia.

“Nei primi due anni si lavora proprio per garantire quella profondità alla squadra, per supportare la mancanza dei giocatori impegnati con la nazionale o fuori per infortunio, e quindi devi costruire una continuità di gioco indifferentemente da chi entra in campo. Dobbiamo quindi guardare al nostro budget e programmare un reclutamento che sia intelligente, dove cerchiamo di prendere prima i ragazzi italiani, se possiamo, piuttosto che cercare giocatori stranieri. La prima scelta è sempre nel sistema italiano nel cercare i giocatori che ci servono, e guardiamo fuori dall’Italia solo se non troviamo quello che ci serve qui.”

Le prime due partite di campionato hanno dato spunti a tutto lo staff su dove bisogna lavorare maggiormente e Pivac ci spiega cosa va migliorato in campo: “Le fasi statiche degli avanti stanno migliorando, mischia, maul, rimesse, riusciamo a portarle avanti e riusciamo anche a difenderci bene. Il punto principale però del nostro gioco su cui dobbiamo lavorare tanto è il processo decisionale, cioè scegliere bene quando correre pallone in mano o quando calciare, per esempio. Scegliere cosa fare sotto pressione. E più mettiamo i ragazzi sotto pressione in allenamento, in situazioni simili a quelle delle partite, più gli allenamenti sono duri, più sono intensi, e più avrai miglioramenti proprio in quei momenti di scelta e di supporto durante la partita.

“Da un punto di vista individuale la sfida di ogni giocatore è mantenere lucidità sotto pressione, non commettere errori, rimanere concentrati nel far bene il proprio lavoro, passaggi, placcaggi, non perdere il possesso.”

Per cinque anni Pivac e’ stato allenatore degli Scarlets – prima come assistente degli avanti e poi come capo allenatore e proprio con gli Scarlets ha assaporato la vittoria dell’allora Pro12 vincendo contro Munster 46-22 all’Aviva Stadium di Dublino: “Ricordo che nel 2017 entrarono le prime sudafricane, ma erano i Cheetahs e Southern Kings, nulla a che vedere con le franchigie di oggi. URC è molto più duro oggi ed andare a giocare in Sudafrica e’ una vera sfida.”

Parlando di Sudafrica, non si può non discutere il tour degli All Blacks contro gli Springboks appena concluso: “Da subito si sapeva che sarebbe stato un tour difficile per Dave Rennie. Ha costruito bene prima di approdare in Sudafrica, vincere il primo test è stato un ottimo risultato per la Nuova Zelanda, però se vai ad analizzare quella partita, forse se gli Springboks avessero trasformato in punti tutte le opportunità, forse, avremmo visto un’altra versione dei padroni di casa. Con gli infortuni a giocatori chiave degli All Blacks, e con il Sudafrica troppo forte, si è visto come è finito il tour. I Boks hanno poi perso contro l’Australia, ma avevano una squadra completamente rimaneggiata, e ti fa comprendere la profondità di talento a disposizione di Rassie Erasmus. Credo che alla fine, 3 partite ad 1 sono il giusto quadro dell’equilibrio tra le due compagini. Magli All Blacks stanno anche loro costruendo verso la Coppa, quindi vediamo le prossime partite.

“Il Sudafrica ha uno stile di rugby che gli appartiene da decine di anni. Fortissimi con gli avanti, fisici nel contatto, ma stanno anche loro iniziando ad utilizzare i canali esterni, sfruttando il talento delle loro ali, e di giocatori che possono aprire il gioco. Il rugby sta cambiando. Se guardi alla velocità di gioco espressa dagli All Blacks è nettamente superiore a quella degli ultimi anni. Però ci vogliono anni per perfezionare quella visione di gioco.”

 

Condividi