Di Melita Martorana
Wellington- Nella ventosa Wellington sono arrivati lunedì gli Azzurri reduci da una delle sconfitte più scottanti del 2026. In Giappone, nel primo turno del nuovo Nations Championship, la nazionale italiana non è riuscita ad esprimere quel gioco solido che le ha permesso, durante lo scorso Sei Nazioni, di batter la Scozia e l’Inghilterra per la prima volta nella sua storia.
Nella capitale neozelandese, i ragazzi di Gonzalo Quesada sono chiamati a rialzare la testa, solo che di fronte a loro ci sarà l’haka nell’assoluto silenzio della Cake Tin.
È notizia ufficiale proprio di oggi che la partita sarà un evento da tutto esaurito. 34,500 tifosi kiwi avranno l’opportunità’ di vedere gli Azzurri per la prima volta in casa. Sono 17 anni che l’Italia non gioca nella terra delle lunghe nuvole bianche. E questa è, un po’, la partita delle ‘prime volte’. La prima volta che i ragazzi di Quesada giocano in Nuova Zelanda, e le sole precedenti tre volte sono state la partita di apertura del mondiale del 1987, la partita di Hamilton con l’esordio di Parisse e Castrogiovanni nel 2002, ed una delle partite più brutte mai giocate dagli All Blacks a Christchurch nel 2009. Sarà la prima volta che questo gruppo affronterà l’haka davanti ai tifosi di casa, e la prima volta in assoluto che l’Italia giocherà a Wellington.
Se la storia ci insegna due cose, gli Azzurri hanno la grossa qualità di rialzarsi dalle sconfitte che fanno male, e quindi si spera in una prestazione dignitosa quella di sabato pomeriggio. Lo abbiamo chiesto ad Andrea Zambonin, seconda linea, che abbiamo incontrato nell’hotel della nazionale.
“A Torino (2024) durante l’haka c’è stato grandissimo rispetto,” ci ricorda Zambonin, “io non ho giocato, ma ero lì ed è stato comunque emozionante. Questo però, qui, è una motivazione in più a concentrarsi e fare uno sforzo in più. Nonostante il viaggio siamo già focalizzati, abbiamo lavorato bene questi due giorni, con grande intensità, proprio perché sappiamo dell’enorme sforzo che verrà dalla partita, e siamo riusciti a farlo perché sappiamo quanto sia importante.”
È senza dubbio una grande occasione, di quelle che capitano magari una sola volta nella vita. E arriva proprio quando gli All Blacks con la vittoria, con soli due punti di scarto contro la Francia, stanno dimostrando di aver cambiato pelle. Velocità e non sprecare neanche una opportunità per segnare la loro nuova filosofia: “Sono molto forti offensivamente, è il loro punto di forza. Anche noi vogliamo far veder che offensivamente non siamo la squadra di sabato scorso contro il Giappone. Sappiamo anche che se in attacco sono 10 su 10, in difesa non sono da meno. Arriviamo consapevoli che non dobbiamo lasciare nulla di intentato. Il nostro obbiettivo sarà il possesso, più ne abbiamo e più abbiamo possibilità [offensive] e poi ci sarà da difendere.”
Andrea è reduce da un anno strepitoso culminato con la finale della Premiership inglese. Dopo quattro stagioni alle Zebre, infatti, lo scorso anno accetta e si trasferisce in Inghilterra e gioca con gli Exter Chiefs. Prima entra in campo dalla panchina, poi conquista la maglia titolare numero 5 che non si toglierà più di dosso: “E’ stato un percorso progressivo, sono arrivato senza alcuna pretesa,” spiega Andrea, “volevo mettermi in gioco, avevo voglia di lavorare, di far vedere le mie potenzialità. Sono sicuramente molto soddisfatto del percorso che ho fatto considerando che ci sono giocatori di altissima qualità in squadra. Questa cosa mi stimola tanto, e mi soddisfa molto. Ho iniziato dalla panchina, gli allenatori mi hanno dovuto prima conoscere, vedermi in certe situazioni, anche perché mi sono allenato poco con la squadra provenendo dal tour estivo. Gli allenatori hanno comunque avuto fiducia in me da subito, anche nello schierarmi in panchina, e di questo ne sono molto grado. Ma è con lavoro e dedizione che sono riuscito a conquistare il posto da titolare.”
“Il ruolo del 5 come dovere principale è quello di gestire la rimessa laterale. Poi oltre alle basi del ruolo, gli allenatori vedono le caratteristiche del giocatore, per esempio io non sarò mai un giocatore di sfondamento, un all carrier, però nell’Exeter faccio un lavoro più centrale, in mezzo al campo, di pulizie [delle ruck] per esempio, mentre in nazionale mi utilizzano più sulle fasce, anche perché il mio compagno [in seconda linea] Ruzza ha più qualità in quella zona li, come gli off load. Stessa cosa per Favretto, e per utilizzarci al meglio fanno così.”
Interessante è anche come Andrea ci spiega la differenza tra lo United Rugby Championship (URC), dove militano le Zebre di Parma che affrontano squadra sudafricane, irlandesi, scozzesi, gallesi e il Treviso, e uno dei campionati in assoluto più prestigiosi al mondo come la Premiership inglese: “Parlando puramente di campionato, posso dire che l’URC è molto più vario, con squadre provenienti da diverse nazioni, quindi con caratteristiche diverse. In Inghilterra, hanno tutte un gioco più o meno simile. Magari ci sono squadre come Northampton per esempio che sono distaccate dalle altre, ma gli stili sono molto simili tra di loro. La differenza più lampante per me quando sono arrivato [in Inghilterra] è stata l’intensità, il volume di gioco e la velocità con cui si fanno le partite nell’URC. Ne consegue anche un allenamento più propenso alla resistenza e allo sforzo, proprio, per avere maggiore intensità nelle partite.”
